RIDICOLA

di Annamaria Troisi

 

RIDICOLA nasce come liberissima riscrittura de “Il sogno di un uomo ridicolo” di Dostoevskij.
È la storia di una prostituta ma in realtà è soprattutto la storia di una donna e del suo dolore, un dolore silenzioso e sapientemente nascosto agli occhi di un mondo che vede e finge di non vedere. Un mondo pronto a giudicare senza farsi troppe domande, senza provare ad andare oltre l’immagine, oltre lo stereotipo, un mondo affaticato ma sempre pronto a sputare sentenze e prendere il distacco da ciò che solo in apparenza sembra non interessarlo.
Ridicola è la storia di una donna che cerca disperatamente risposte e non sa come e dove trovarle. Ridicola è una donna che ha sempre fame, fame di tutto ciò che le manca.
Ridicola è una donna che di fronte a una concreta possibilità di riscatto e di rinascita fa prevalere il senso di inadeguatezza e vergogna.
Ridicola è una donna incinta che ha paura di diventare madre.
“E allora che camp’a ffa’?” Nulla sembra avere più senso… perché continuare a vivere Perché? Perché? Perché?
Quante volte di fronte a un dolore per noi insostenibile, di fronte a una difficoltà per noi insormontabile abbiamo reagito come dei bambini capricciosi sperando che urlando e sbattendo i piedi a terra qualcuno accorresse in nostro aiuto e ci liberasse? Quante volte ci siamo chiesti perché e perché a me? E quante volte siamo rimasti delusi e soli perché non è arrivato nessuno a salvarci?
Ridicola incarna tutte queste domande e prima del “sogno” vive in balia delle emozioni e solo accecata da un forte sentimento di rabbia e frustrazione.
Ma è nel “sogno” che tutto cambia e sembra trovare un senso.
Ripercorre la sua vita attraverso visioni più simili ad allucinazioni, riaffiora l’odore della sua infanzia, il ricordo di suo padre… a poco a poco, iniziano a crollare le sovrastrutture e inizia a spogliarsi di quell’immagine di donna forte e pronta a tutto che lei per prima ha usato per difendersi e prendere le distanze dal mondo.
E poi arriva finalmente l’incontro con “l’altro” e la scoperta sconcertante che è possibile uno sguardo diverso sulle cose, uno sguardo libero dalla paura, dove il lavoro non è visto come una fatica ma come un’opportunità, un prendersi cura di qualcosa o di qualcuno con attenzione e dedizione, dove la parola amore raggiunge il suo significato più alto e dove la morte non soffoca più la vita “perché qui siamo solo di passaggio”.
Ma il timore di sporcare tutto quello che tocca, l’ossessione di infettare “l’altro” con la sua sola presenza, si manifestano improvvisi e quello che sembrava essere un sogno si trasforma nel peggiore degli incubi.
E quando tutto sembra sia finito e giunto tragicamente a compimento, in lei sopraggiunge il violento desiderio di vivere e di proteggere la bambina, Bimba, che ha portato in grembo e coraggiosamente protetto.
Solo al termine di questo incredibile viaggio di morte e resurrezione, il silenzio assumerà un significato. Il silenzio diventa parola, abbraccio, “una nuvola di canto”, e in quel silenzio un tempo disprezzato troverà il perdono e capirà che “nessuna carezza è mai stata così silenziosa e presente come la mano di Dio”.
Ho scelto di scrivere questo monologo prevalentemente in napoletano, il mio dialetto, perché restituisce verità e concretezza al personaggio oltre a essere una lingua capace di dare immediatamente vita e corpo alle parole.
A parlare è una figura senza dubbio iconica, quella della prostituta, che nel corso del tempo ha dato voce a tantissime eroine come ad esempio Filumena Marturano, per restare nell’ambito di un classico Napoletano, o Maria Maddalena, di tutt’altro genere e tradizione ma che ancora oggi continua a destare stupore e curiosità. Questo monologo è un dialogo continuo, si alternano diversi interlocutori attraverso i quali man mano emerge la storia, emergono i ricordi, i profumi, i colori, i dolori del personaggio: abbiamo il cliente, le suore meglio dette come “cap”e pezza”, gli occhi dei passanti, “le signore di una certa età” con i loro costosissimi occhiali da sole, Bimba… e poi c’è Dio, nella sua ingombrante assenza e presenza. Trovo che oggi un nudo a teatro non faccia tanto scalpore quanto parlare esplicitamente di Dio senza che si pensi immediatamente a uno spettacolo di genere, relegato a una rassegna specifica di qualche comunità religiosa. O che sia ancora troppo di moda parlarne senza uno sguardo personale, come se in fin dei conti non ci riguardasse da vicino quando invece, a mio avviso, ci sono delle domande e dei silenzi e delle attese e delle delusioni e dei vuoti universali che coinvolgono tutti perché fanno parte del nostro essere umani e di questa nostra innegabile “fame d’amore”. Questo è Ridicola, una donna sul ciglio della strada che ha fame e non c’è niente che la sfami, ma è anche la storia di una donna che non si arrende e torna a casa in cerca di misericordia. Tutti ci siamo sentiti Ridicola almeno una volta nella vita. Nel monologo ho scelto di affidarmi anche alla potenza evocativa di due poeti: Erich Fried con Morivivere e Alda Merini con due poesie tratte da Mistica d’amore perché di fronte al dialogo sincero con un Padre ritrovato solo una poetessa del suo calibro poteva scegliere parole così potenti e commoventi. Per quanto riguarda la parte tecnica, il suono ricoprirà un ruolo fondamentale nell’arco di tutto il “sogno”. Immagino delle composizioni originali che sostengano e guidino lo spettatore all’interno delle varie visioniallucinazioni e che si deformino, quasi esplodendo, man mano che “il sogno” si trasforma in tragedia. Per questo è importante che il progetto venga seguito da un sound designer, Giacomo Troianiello, che seguirà tutto l’allestimento del lavoro fin dall’inizio.