Zolla di campo

Ideazione e scrittura scenica Meri Bracalente
Con Meri Bracalente e Andrea Filipponi
Suono Simone Doria
Segno Claudia Palmarucci
Cura della visione Andrea Fazzini

Spettacolo vincitore del bando MU.D. Centro di Residenza Artistica Regionale “C.RE.A.RE. – Campania” presso il Teatro delle Arti di Salerno; selezionato per il progetto “C.U.R.A. Centro Umbro Residenze Artistiche” presso lo Spazio ZUT di Foligno; selezionato per il progetto “Nidi teatrali” a cura di Specchi Sonori e secondo miglior ‘studio scenico’ al “Premio Nuovo Teatro 2019”  di Osimo.

 Fitta di bianche e di nere radici 
di lievito odora e lombrichi,
tagliata dall’acque la terra.
Dolore di cose che ignoro 
mi nasce: non basta una morte 
se ecco più volte mi pesa 
con l’erba, sul cuore, una zolla

 (Salvatore Quasimodo)

 Ogni anno, quando si prepara la semina, il terreno viene rivoltato dall’uomo, anche tramite possenti mezzi agricoli, in ampie zolle. Rilucenti sezioni odorose che della Terra tutta si fanno sineddoche. Si intende proporre in questo lavoro una riflessione sul tema del coltivare l’anima. L’artista è mezzo agricolo. La poesia accade nel lavoro del contadino, come in quello dell’artista che sceglie e riproduce questi prismi di fecondità per poi divenire, letteralmente, in teatro, campo di invenzione scenica. Una realtà invisibile vuole essere concepita. Qualcuno allora spacca, smuove, rivolta e fa soffice la terra, perché dentro gli nasce un dolore di cose che ignora… Se la figura affiora, significa che abbiamo il fiore. Il frutto sarà per ciascuno diverso. Il processo che il teatro,  come la fiaba, innesca, risulta ineffabile. Per questo lo spettacolo cerca origine  proprio dal più concreto degli elementi, una zolla di campo. Vorremmo parlare di come le figure ‘portate dall’artista’ sembrino arrivare da un altrove alla pagina (uno spazio bianco, terreno coltivabile) e come forse esista in questo una gestazione che solo la natura infantile del bambino, dell’ingenuo – viva anche nell’artista – permette di compiere. Così come chiunque, nell’atto della creazione, rende visibile una parte invisibile di sé, che non è meno reale di una zolla di campo, e in questa proiezione nasce all’immagine. Affidandoci al principio del ‘presagio’ espresso dalla locuzione latina Nomen omen, il progetto prevede la scrittura originale di un opera teatrale rivolta all’infanzia, che prenda ispirazione dal pensiero e dall’opera dello scrittore, filosofo e storico delle religioni Elèmire Zolla e della scrittrice poetessa e traduttrice Cristina Campo, i quali furono artisti complementari oltre che compagni di vita. Principali testi di riferimento, inizialmente, saranno: Il flauto e il tappeto di C. Campo e Lo stupore infantile di E. Zolla. In scena due figure, attraversate dagli attori Andrea Filipponi e Meri Bracalente:  un contadino e una farfalla, che non sa ancora di essere tale, ma lo diverrà alla fine, sulla pagina. Sono coinvolti anche Simone Doria, artista visivo, autore di un’installazione ispirata alle zolle e scultore di suoni, e Claudia Palmarucci, illustratrice di riconosciuto talento, che qui sperimenta con noi l’interazione tra scrittura scenica e disegno dal vivo.  La cura della visione è di Andrea Fazzini.